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Questa linea non è un confine. 

Cosa siamo realmente quando ci troviamo di fronte a un confine? 

Grazie a un imprevisto, mi sono ritrovata nel punto di congiunzione tra Italia, Austria e Slovenia: un paesaggio complesso che mi ha permesso di percepire il peso e la consapevolezza di aver varcato una frontiera.  

 

Da questa riflessione è nato Triland: un'indagine visiva che si dirama lungo le coordinate del triplice confine, alimentata dal desiderio di esplorare la complessità di vivere in un'area di frontiera che unisce tre Paesi. 

Il progetto propone un approfondimento del legame tra confine e identità, mettendo in luce la stratificazione culturale e storica che intreccia le tre comunità attrici. Le immagini esprimono il mio tentativo di interpretare il concetto di confine, non come una linea rigida e definitiva, ma come un interstizio fluido, uno spazio di possibilità.

 

Il lavoro si propone come un invito a considerare ogni barriera non come un ostacolo, ma come luogo di trasformazione, sfidando le frontiere - visibili e invisibili - che limitano e plasmano la nostra comprensione del mondo.
 

Eleonora Pannunzi

Sui confini.

Tracciare una linea di confine significa creare una distinzione laddove non esisteva, separare territori, comunità e culture. Il confine è sempre un racconto che definisce appartenenze ed esclusioni, circoscrive e ordina, mostra e nasconde.


È un concetto ambiguo, quello di confine. La separazione implica chiusura, protezione, ma apre anche a infinite possibilità di scoperta, apertura e contatto. Spesso è una barriera rigida, invalicabile, ma può trasformarsi in cerniera, diventare flessibile fino a scomparire. Può essere visibile e concreto come una recinzione, un muro, un solco, una riga sul terreno che indica Qui e Altrove, Noi e Loro. Al contempo esso è astratto, invisibile, si nasconde nella mente delle persone, si traduce in diffidenza, paura, distacco, ma anche attenzione, curiosità, coinvolgimento. 


Il primo confine è quello che definisce l’identità, il limite che separa l’Io dall’Altro, che distingue lo spazio personale da quello sociale e così facendo li pone in relazione. Gli uomini e le donne che abitano il confine si riconoscono, ne portano i segni. Presenze che raccontano non solo il limes, una linea di confine, ma anche il limen, la soglia che si pone tra due realtà, aperta verso l’esterno, che consente il passaggio, l’incontro, la mediazione. 


Questo territorio all’estremo confine nord-est rappresenta l’incontro delle culture latina, germanica e slava. Esplorare questi luoghi significa scavare nelle memorie di tensioni e conflitti per fortuna ormai remoti, comprendere il senso dell’attaccamento a un luogo e dell’appartenenza a una comunità, ma anche sperimentare il significato del contatto, della mescolanza, dell’ibridazione; il triplice confine è oggi uno spazio fluido dove sconfinare diventa una pratica quotidiana, espressione di opportunità

Monica Pascoli

Università degli Studi di Udine.  

​"Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forma, salvandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue." 

Claudio Magris, L’infinito viaggiare.

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